Poesie, frasi celebri, racconti

Il sonno di Carlo Magno


Entro il cavo d’un monte ermo e lontano,
in mezzo a un bosco pauroso e folto.
in magico sopor giace sepolto
Re Carlo Magno, imperator romano.

Ampia è la grotta: con bizzarro sfarzo
di qua, di là, s’ammassano i graniti,
pendono sino al suol le stalattiti.
luccica intorno alle pareti il quarzo.

Siede a una mensa di zaffiro il veglio
di strenua beltà, d’erculee forme;
appoggia ad una man la fronte e dorme,
e aspetta l’ora del fatal risveglio.

Appoggia ad una man la fronte stanca,
e aspetta ch’abbia il suo letargo fine;
giù per le spalle gli discorre il crine,
gli casca sino ai pie la barba bianca.

Sopra il suo capo s’accavalla il monte,
vaneggia intorno a lui la gran caverna ;
fuma nell’aer cheto una lucerna
e il fulvo raggio gli balena in fronte.

A lui da canto, sulla bruna terra,
splende come una luna il tondo scudo,
manda lampi sanguigni il brando ignudo,
che fu sì noto e sì temuto in guerra.

Rombo di vento, o fischio di zampogna.
non può passar del monte la parete;
Nella profonda attonita quiete
dorme Re Carlo, il sir pregiato, e sogna.

Sogna il tempo che fu, sogna la valle
ampia del Reno e l’inclita Aquisgrana,
sogna la gente rea maomettana,
sogna Orlando morente in Roncisvalle;

L’Alpi varcate e l’acclamante Roma,
l’ambito onor del rinnovato impero,
la nominanza del regal guerriero.
gli allori cinti sulla giovin chioma.

Sogna re Carlo, il franco imperatore,
e un’amara stanchezza, un orror muto,
un rimorso d’aver tanto vissuto,
L’anima gli urge, gli avviluppa il core.

Sogna, e la mente stanca e sbigottita
gli si dipinge sulla fronte prona,
e la sua voce in un lamento suona:
“Signore Iddio, mi scampi dalla vita!”

(Arturo Graf)

 
Quattro chiacchiere

Ah, la vanità!

Sinceramente non sono mai stata una patita del look, anzi, sono piuttosto un po’ “shabby” (che per chi non lo sapesse vuol dire “trasandata”, ma così fa più scena).
La mattina mi alzo, mi lavo e mi vesto con la prima cosa che salta fuori dall’armadio. Truccarsi poi, non se ne parla proprio. Non  ho abbastanza costanza per farlo. A malapena riesco a passarmi un po’ di burro di cacao  in inverno, quando  le labbra sono spaccate come la terra del deserto. Ultimamente mi sono imposta, vista l’età e l’avanzare di occhiaie profonde come il Vesuvio, di usare una crema contorno occhi. Che ovviamente non funziona, non perché non sia efficace, ma perché non riesco a ricordarmi di di metterla per almeno due giorni di fila. Andare dal parrucchiere mi costa fatica quasi come andare dal dentista. Per quanto riguarda l’abbigliamento però, il problema è ben più serio. Anche volendo ci sono delle difficoltà oggettive: mi piacerebbe comprare qualcosa di carino, ma sono arrivata alla conclusione che le donne grasse debbano uscire nude (che non è neanche un bello spettacolo…) oppure debbano avere il portafoglio a fisarmonica. Se sei grassa e vuoi vestirti bene, devi andare nei negozi per taglie forti, dove trovi abiti  belli e griffati (anche se la over 60 penso che si riferisca più all’età che alla taglia, visti i modelli), e farti salassare. Oppure devi comprare vestiti sportivi preferibilmente (anzi, obbligatoriamente) da uomo (jeans, felpe, giubbotti). Le scarpe poi sono una tragedia:  da donna niente sopra il 41. Io che porto il 42 abbondante, sono destinata alle scarpe da ginnastica a vita. Cosa non darei per un paio di ballerine, d’estate! E per un paio di stivali in inverno. Avete mai provato a cercare ballerine e stivali oltre il 41? Beh, se ci provate, buona fortuna a voi!
Ad aggravare la situazione ci si mette pure il fatto che non riesco a portare le borse (“Allora sei proprio insofferente!” direte voi…), mi scivolano dalla spalla, oppure mi cadono quando mi chino a raccogliere qualcosa o a prendere la roba dal carrello per metterla sul nastro della spesa alla cassa… va un po’ meglio con gli zainetti, ma col cappotto è un disastro metterli  e toglierli… quindi mi ritrovo con le tasche piene di ogni genere di cose: chiavi, soldi, bancomat, tessere sanitarie, scontrini fiscali e quant’altro.
Stamattina, in palestra, mentre mi asciugavo i capelli dopo la doccia, si è soffermata una ragazza al mio stesso specchio. Attraverso lo specchio mi sono messa  un attimo a guardarla. Fisico asciutto, capelli lisci lunghi, in costume e accappatoio si accingeva ad andare in piscina. E cercava di infilare la cuffia (di quelle in gomma, per non bagnare i capelli) dopo aver raccolto i capelli in una crocchia. La scena era quasi comica: si preparava ad entrare in piscina truccata di tutto punto, con anelli e bracciali. E come se non bastasse, dalla cuffia di gomma scendevano due lunghissimi orecchini a rombo, di perle nere.
Io, dall’alto della mia goffaggine e sciattezza, ho pensato che deve essere una bella schiavitù dover sempre apparire al meglio, e che in certe occasioni chi cerca di farlo corre il rischio di rendersi ridicolo. Il vero problema per me è che non riesco a sacrificare la comodità in nome della precisione. Volete mettere la libertà di poter piangere senza preoccuparsi del trucco che cola, o di grattarsi gli occhi senza pensare all’ombretto, o di poter addirittura sudare senza il cruccio del fard? Allora ho deciso che da ora in avanti cercherò di non essere più tanto “shabby”, ma di non vergognarmi troppo quando incrocio a scuola le mamme splendide anche alle 8 di mattina, tutte in tiro e pronte ad affrontare il mondo, perché in fondo  l’ “essere” è molto più importante dell’ “apparire” e di sicuro la sera, dopo una giornata sui tacchi a spillo, forse non saranno più così splendide e raggianti. E mi consolo con un vecchio detto di mia nonna “Chi è bello sempre, non è bello mai”.

Quattro chiacchiere

Pioggia

Piove.
O meglio, ha piovuto. La giornata è grigia, ma ho deciso di non farmi influenzare l’umore dal tempo,  oggi. Voglio sforzarmi di trovare qualcosa di bello e positivo anche in una giornata come questa. Dalla finestra vedo le colline immerse in una nuvola di nebbia, tanto che la cima posso solo immaginarla, o ricordarla. La prima  cosa piacevole è la vista di una ragnatela attaccata ad un lampione,  le sue maglie sembrano quasi tessute d’argento, imperlate come sono di gocce d’acqua e illuminate flebilmente dalla luce del lampione ancora acceso. Questo per ora basta a strapparmi un sorriso. Sono talmente innamorata della natura e di tutte le cose splendide che ci propone in ogni attimo, e che noi spesso, troppo spesso, fatichiamo a notare.
Un’altra cosa che adoro delle giornate di pioggia sono i rumori, tipo le ruote delle auto quando passano sulle pozze, il ticchettìo delle gocce sulle grondaie, lo scrosciare leggero o più prepotente dell’acqua. E l’odore di terra bagnata che qui in campagna si riesce ancora a volte a percepire. Ecco, adesso va meglio. Abbastanza per sopportare la compagnia dell’ombrello, odiato compagno di giornate come questa….

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La fantasia diabolica dei bambini

Mi tornava alla mente un fatto accaduto  quando Gabriele (oggi 12 anni) era piccolo. Aveva all’epoca due o tre anni, ed aveva appena imparato da suo fratello la prima parolaccia, “str… “, beh, si, insomma, quella lì, avete capito. E, da bambino intelligente qual’era, aveva capito perfettamente il suo significato e quando doveva essere usata. Ovviamente noi continuavamo a dirgli: “No Gabriele, non si dice quella parola”, oppure ” E’ una parolaccia, non la devi usare” e ancora “Se dici quella parola le persone penseranno che sei un bambino maleducato” e così piano piano smise di dirlo. Poco tempo dopo, di punto in bianco, senza nessun motivo, una nuova parola fece capolino nel suo ridotto vocabolario, una parolina simpatica, dal suono piacevole, verosimilmente innocua: “zinzi”. Noi ovviamente ci divertivamo a dirla e ripeterla con lui ridacchiando he, he, zinzi…. fino al momento in cui, arrabbiato, ce la sparò contro in tutta la sua potenza:  “ZINZI!!!”  E fu così che capimmo che la sua mente diabolica  non aveva affatto archiviato la famosa parolaccia, ma ne aveva inventato un sinonimo per passare inosservato….