Quattro chiacchiere

Toglietemi tutto, ma non…

Così recitava uno spot pubblicitario alcuni anni fa.

Mi sono chiesta: a cosa non potrei mai rinunciare?
Come si è capito da altri miei posts non sono una persona amante dei bei vestiti. Nemmeno amo i gioielli, a meno che non siano legati a ricordi di momenti particolari.
Non sono neanche appassionata della vita mondana o dello shopping sfrenato.
Allora? Si, qualcosa a cui non potrei rinunciare c’è: un mio personale mezzo di trasporto.
Che sia la macchina o un motorino poco importa, che sia nuovo o usato meno che mai. L’importante è che abbia le ruote e il carburante necessario per portarmi dove devo andare.
In un mezzo di trasporto mio personale non ci vedo un oggetto materiale, ma piuttosto un pensiero astratto: l’indipendenza. Ecco, per me niente è più importante dell’indipendenza. E’ questa la cosa di cui non potrei privarmi.
Non posso pensare di dover sprecare tempo (quanto è prezioso al giorno d’oggi?!) per aspettare autobus, treni, coincidenze di ogni tipo…per non parlare della dipendenza da altre persone, il dover aspetttare che qualcuno possa accompagnarmi in qualche posto, dover organizzare le mie giornate sapendo che devo assoggettarmi agli impegni di altri. Preferisco di gran lunga essere io a dover accompagnare qualcuno, piuttosto che il contrario.
Certo se avessi un qualche tipo di difficoltà fisica ne sarei obbligata, ma grazie a Dio, non è questo il caso.
E voi? A cosa non potreste rinunciare?

Intrattenimento · Quattro chiacchiere

Diverso da chi?

L’altra sera facevo un po’ di sano zapping fra i programmi delle varie reti, e mi sono imbattuta in questa commedia. A parte la riconferma che Luca Argentero è davvero un bravo attore (strana eccezione nello stuolo dei totali incapaci dei vari  GF ) sia in ruoli seri che comici, devo dire che il film è davvero divertente, tanto che, dopo solo alcune scene, ho posato il telecomando. La storia, per chi non l’avesse visto, racconta le vicissitudini di  tre personaggi: Piero (Argentero) impegnato in politica per il centrosinistra e attivista gay, felicemente “sposato” da 14 anni con Remo (Flilippo Nigro) cuoco sopraffino e critico di risoranti spesso in giro per lavoro, e Adele (Claudia Gerini), ultramoderata e antidivorzista. Per un curioso scherzo del destino (superato da un altro candidato per le elezioni a sindaco,  questi muore, lasciando il posto al secondo classificato) Piero e Adele si trovano a dover collaborare. Ed è proprio da qui che, dopo le prime schermaglie e divergenze di opinioni i due scoprono di essere attratti l’uno dall’altra.
Piero, convinto di essere stragay, non riesce a capire cosa gli stia succedendo.  Che ne sarà ora della sua immagine di simbolo gay? E come dirlo a Remo senza rischiare di farsi lasciare? La politica da ora in poi viene un po’ messa a margine, per lasciare il posto ai vari sentimenti. Quelli contrastanti di Piero, che non riesce a prendere il coraggio per considerarsi diverso dai diversi quindi bisex, risultando lui stesso più bacchettone di quelli che all’inizio cercava di combattere.
I sentimenti di Remo, che pur di non lasciarlo, accetta questa strana situazione a tre, e quelli di Adele, innamorata e incinta nonostante le sue possibilità di avere figli fossero quasi nulle, ma ben consapevole di quello che vuole.
Il finale è un po’ prevedibile, ma mette in luce il bisogno di famiglia di tutti i protagonisti, che pur di avere la possibilità di essere parte della vita di quel bambino, sembrano felici di accettare alcuni compromessi.
Il film è esilarante, ma delicato nel trattare un tema difficile quale l’omosessualità, l’omofobia, l’accettazione di sé e degli altri per quello che siamo e che sono.
Da vedere, per ridere e anche riflettere.

Quattro chiacchiere · Schegge di vita

Quando il gioco si fa duro…

…vai su Opzioni e metti “facile”…

questo è quelo che ironicamente mi rispose mio figlio piccolo qualche tempo fa, anziché terminare la frase con il classico “i duri iniziano a giocare”.

Ma il pensiero mi rifrulla in testa da allora, perché anche se detta in modo ironico, questa frase rispecchia il modo di essere delle nuove generazioni. Non voglio fare un discorso troppo generale, perché so benissimo che ci sono giovani che hanno ben chiaro quello che vogliono e che cercano in ogni modo di realizzarlo. Ma nella mia percezione, i ragazzi di oggi, o almeno una buona parte di essi (inclusi i miei figli) non riescono a tirare fuori la grinta, o forse non ce l’hanno.

 Quando da piccola mi chiedevano cosa volessi fare da grande io avevo ben chiaro in mente il mio sogno, che in realtà erano due: il poliziotto cinofilo, e l’addestratrice dei cani per ciechi (diciamo pure non vedenti, và, così accontentiamo tutti). E anche i miei compagni e compagne di classe avevano il loro bel sogno, chi voleva fare l’astronauta, chi la ballerina, chi voleva partecipare alle olimpiadi e pure vincerle. Pochissimi, per non dire nessuno, volevano fare l’impiegato o il fornaio, per esempio. Tutti sognavamo in grande, sennò che sogni sarebbero? Ma comunque,  tutti avevamo ben chiaro in mente quello che, almeno in quel momento, sarebbe stato il nostro futuro.
Ho provato e riprovato durante tutti gli anni passati a chiedere ai miei figli cosa avrebbero voluto (badate bene, voluto, non creduto) fare da grandi, e la risposta sapete qual’è stata?  “Boh!!!”
Praticamente, non solo non sapevano cosa probabilmente avrebbero fatto da lì a qualche anno, ma neanche cosa avrebbero voluto fare! Alla faccia dell’ambizione…
Altri loro compagni volevano, udite udite, il posto fisso! Qualunque esso fosse, bastava si dovesse durare poca fatica, ed che ci fosse lo stipendio  assicurato(meglio se cospicuo). Queste sono le ambizioni dei nostri ragazzi al giorno d’oggi.
Va bene che siamo in periodo di crisi, ma ci stanno uccidendo i sogni…

Nel caso debbano lottare per ottenere qualcosa di materiale  lo sforzo è immane e la petulanza è all’ennesima potenza.  Lo stesso vale se devono stare ore e ore per finire un gioco al computer, si impegnano sensa sosta e con tutte le forze affinché il loro personaggio realizzi la missione. Diversamente, se si tratta di  ottenere con fatica un qualunque risultato, sia scolastico che  extrascolastico, o di realizzare materialmente un progetto, la cosa cambia. Alla prima difficoltà, si rinuncia e si passa ad altro. E non ditemi che dipende da come sono stati educati, perché sia io, sia il loro padre, siamo di carattere molto ostinato, e di fronte alle difficoltà abbiamo senpre stretto i denti, tirato la cinghia, e tirato fuori gli attributi a seconda delle necessità del momento.
E comunque non molliamo MAI una cosa a metà.

Allora forse dipenderà dal loro stesso carattere. Ma non credo che la maggior parte dei giovani abbiano tutti lo stesso carattere. Quello che credo invece è che noi genitori, e dico noi mettendomici in mezzo per prima, cerchiamo il più delle volte di spianare la strada ai nostri figli, ci dispiace se non hanno qualcosa a cui sembrano tenere più di ogni cosa al mondo (salvo poi metterla da parte non appena l’hanno ottenuta), ci dispiace vederli soffrire, cerchiamo insomma di risolvere i loro problemi al loro posto, di dar loro quello di cui sembrano avere bisogno, nei limiti delle possibilità. Ignorando spesso che anche i dolori e le privazioni fanno crescere, formano il carattere e motivano. Di questo purtroppo ce ne accorgiamo quando ormai sono cresciuti, e alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” continuano a rispondere “Boh?”