Notizie e politica · Quattro chiacchiere · Schegge di vita · Senza categoria

4 Novembre, giorno di alluvioni

Ieri guardavo impietrita le notizie che continuavano ad arrivare da Genova. Quei video caricati in rete dai cellulari dei testimoni che assistevano dai loro rifugi all’invasione delle acque, lo strazio delle urla di paura e di angoscia, mi attanagliavano il cuore molto più delle notizie date via via dai reporter sul posto, perché, quelli sì, davano la vera dimensione di quello che una persona prova in una circostanza simile. Angoscia, panico. Cerchi di metterti in salvo, di mettere in salvo i tuoi cari  e le cose che hanno per te un valore affettivo, qualcosa per affrontare l’emergenza, coperte, cibo. E poi aspetti. Impotente. Guardi e non puoi fare niente. Speri, ma non puoi intervenire. Sei lì, osservatore  inerme di una situazione infinitamente più grande di te, completamente al di fuori della tua portata. E aspetti, aspetti il momento in cui tutto finalmente sarà finito.

Ieri, 4 Novembre, era anche il quarantacinquesimo anniversario dell’alluvione di Firenze.
Non ho ricordi miei,  avevo solo sei mesi, ma ho i ricordi di chi ha vissuto quella tragedia. Abitavamo sul Lungarno Serristori, proprio lì dove l’Arno faceva più paura.  Eravamo fra i fortunati, abitavamo all’ultimo piano del palazzo, ed i miei genitori sapevano che l’acqua lassù non sarebbe mai potuta arrivare. A mezzanotte, dopo tre giorni di pioggia  incessante,  i torrenti nelle zone circostanti a Firenze esondarono, allagando le campagne ed i paesi della provincia. Poi,  il fiume tanto amato dai fiorentini che solitamente scorre sonnecchiando attraverso lo splendore della città,  gonfio  di pioggia e detriti, non ce la fece più, e alle 7,30 scavalcò i ponti, le spallette, e invase la città.

Avete presente quando una fitta coltre di neve cade durante la notte? La mattina, appena vi alzate, tutto il paesaggio appare allo stesso livello. Non ci sono più marciapiedi, scalini, tutto è una grande pianura. Così appariva Firenze. L’acqua aveva raggiunto oltre tre metri di altezza, e la furia della corrente che viaggiava ad una velocità di oltre quaranta chilometri orari, spazzava via con estrema facilità qualunque cosa incontrasse.

Le vittime in quel caso furono 34, circa la metà nelle campagne limitrofe, le altre in città.
Le perdite fra gli animali furono infinitamente maggiori, soprattutto nelle campagne, dove le stalle vennero spazzate via in un attimo.
Quello che più viene ricordato dai fiorentini, oltre all’acqua, è senz’altro la straordinaria  solidarietà arrivata da ogni parte del mondo. Da tutto il mondo arrivarono ragazzi di ogni levatura sociale, per dare il via ad una vera e propria  corsa contro il tempo per  recuperare in qualche modo quella infinità di tesori  conservati nei musei e nelle chiese. Si riunirono in lunghissime catene umane per salvare dalla melma i preziosi volumi della Biblioteca Nazionale, o le tele del museo degli Uffizi.  Quei ragazzi che lavorarono per mesi, incessantemente, nonostante la fatica e la stanchezza, vennero chiamati   gli “angeli del  fango”, e rimarranno per sempre nostra storia e nei nostri ricordi.

Dopo un  primo momento  in cui capisci di aver perso tutto, la casa, il lavoro, i ricordi di una vita, bisogna farsi forza, rialzare la testa e ricominciare da zero.
Facile a dirsi, veramente non so come reagirei. Forse  mi farei prendere dallo sconforto e dalla disperazione o forse riuscirei ad aggrapparmi a quello che mi resta e a risollevarmi.

I fiorentini lo fecero, e già dal giorno dopo cominciarono a ripulire e ricostruire, aiutati da un numero incredibile di volontari, ma soprattutto contando sulle loro forze e sulla loro ironia. Ancora oggi si ricordano le espressioni dell’autoironia dei fiorentini, come quella del commerciante che alla saracinesca del negozio  aveva affisso un cartello con su scritto “Chiuso per nervoso”.

Spero che, per quanto possibile, i genovesi riescano al più presto a lasciarsi alle spalle la tragedia che li ha colpiti, e che soprattutto trovino in loro stessi  la  forza di rinascere.

Notizie e politica · Quattro chiacchiere · Senza categoria

Di necessità, virtù


“Cos’è il genio? E’  fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione.”

Alla signora  californiana Susan Braig, 61 anni, nel 2004 fu diagnosticato un cancro al seno. Le cure erano molto costose, e la signora non disponeva di una adeguata copertura  assicurativa per le spese sanitarie.  Quando fu costretta a sborsare di tasca propria più di $500 per una cura di chemioterapia, si ritrovò a pensare che le medicine erano preziose come gemme.

Ma l’idea dei gioielli con le pillole  le venne solo tre anni dopo. A quel tempo lavorava come scrittrice per raccogliere sovvenzioni per organizzazioni artistiche e come pittrice e artista specializzata in pezzi satirici. Dovendo partecipare ad una mostra d’arte a tema medico organizzata dalla Fondazione Pasadena Newtown, immaginò una finta  pubblicità di gioielli Tiffany & Co. per la mostra.
Con l’intento di creare una pubblicità che raffigurasse diversi farmaci al posto di diamanti, rubini e smeraldi, ha finito col  costruire una vera e propria tiara da principessa tempestata dai  residui dei medicinali che usava per combattere  il suo cancro (dal quale fortunatamente era già guarita), insieme a molti altri pezzi.  Altri suoi manufatti per la mostra del  2007 erano mosaici a tema ospedaliero, opere d’arte fatte di siringhe e una grande scultura in guanti di lattice per sala operatoria.

La sorprendente risposta della gente a quelle creazioni spinse la signora Braig a creare un proprio marchio, “Designer Drug Jewelry”.

Da allora amici e parenti le forniscono materiale, regalandole pillole e medicinali scaduti o inutilizzati.
La signora Braig vende i suoi prodotti soprattutto nei mercati e nelle fiere di arti manuali, dove indossa un camice bianco da laboratorio.

Ha detto che uno dei suoi pezzi più popolari è un ciondolo che dispone di una pillola di Viagra nel mezzo.

“Le donne con senso dell’ umorismo – o con un marito di mezza età – le adorano”, ha detto Braig. “Si vendono bene, anche se ho estrema difficoltà nel reperire la materia prima.”

Oltre ad aiutare a pagare il suo debito mediche, la creazione di gioielli pillola è divertente, ha detto. “Avevo bisogno di satira e umorismo per la terapia quando stavo combattendo il cancro.”

Questa simpatica signora ci insegna che che unendo l’utile al dilettevole a volte si può uscire da situazioni difficili ma soprattutto che l’umorismo e la creatività possono davvero essere una delle migliori medicine.

Intrattenimento · Notizie e politica · Quattro chiacchiere · Schegge di vita · Senza categoria · Tradizioni e Folklore

Ona, Ona, Ona!

Oggi, ma soprattutto stasera, a Firenze e dintorni è la “Festa della Rificolona”.
Di che si tratta?

 

Questa festa affonda le sue radici probabilmente intorno al Seicento, quando, alla vigilia della natività di Maria (il 7 settembre, appunto) i contadini delle campagne del Casentino e i montanari del pistoiese, venivano a festeggiare la natività della Madonna nella Basilica di Santa Maria Annunziata.
Il giorno seguente, si teneva solitamente una fiera, dove i contadini si recavano per vendere le loro merci, che consistevano in filati, formaggi, funghi secchi  ecc. e i contadini (che hanno scarpe grosse ma cervello fino) anticipavano il loro arrivo in modo tale da garantirsi un buon posto al mercato.  Partendo di notte, avevano dunque bisogno di rischiararsi il cammino, e per far ciò costruivano delle lanterne di carta aperte in cima, con all’interno una piccola candela, le legavano in cima a bastoni e pertiche e le usavano come lampioni da viaggio.
Arrivati a Firenze, si mettevano a dormire sotto i loggiati, ma i giovani fiorentini davano loro filo da torcere, canzonandoli con irriverenza e maleducazione, soprattutto per via della loro goffaggine nel camminare (causata dal carico delle merci),  per il loro abbigliamento inelegante e per le forme giunoniche delle loro donne. Proprio le donne erano le più bersagliate da questi scapestrati giovanotti, che le  canzonavano chiamandole  “fieruculone”, sia perché partecipavano alla fiera, ma soprattutto per il loro abbondante posteriore ( proprio da ciò deriva il termine “rificolona”).
I contadini subìvano in silenzio, ma mettevano in conto i torti aumentando il costo delle loro mercanzìe. Col passar del tempo questo modo canzonatorio di accogliere i contadini  degenerò oltremodo, infatti verso la mezzanotte i giovanotti usavano lanciare delle bucce di cocomero alle lanterne, facendole incendiare. Con questo “rito”, la festa si concludeva.

Ai giorni nostri la festa è ancora molto sentita, le lanterne si sono via via modificate diventando sempre più commerciali, anche se, nella settimana precedente alla Festa, in alcuni comuni della zona vengono organizzati  incontri con i bambini per insegnare loro a costruirsi la rificolona da soli. I bambini più piccoli partecipano volentieri alla festa, tutti orgogliosi delle loro lanterne illuminate, e vanno canticchiando la storica cantilena:  “Ona, Ona, Ona, ma che bella rificolona, la mia ll’è co’ fiocchi, la tua ll’è co’ pidocchi…”  ma sanno che per seguire la tradizione fino in fondo, devono comunque fare i conti con i più grandicelli che, armati non di bucce di cocomero, bensì di stucco e cerbottane, li aspettano al varco.

Intrattenimento · Notizie e politica · Quattro chiacchiere

Calcio…in costume!

Quando dico “calcio in costume” non intendo quello che generalmente si gioca sulla spiaggia, bensì il Calcio Storico Fiorentino,  detto anche calcio in costume perché viene appunto giocato con i costumi tipici medievali.

m_122_jpg

Oggi è la festa del Santo Patrono di Firenze,  San Giovanni, e in questo giorno, oltre ai festeggiamenti religiosi della mattina,
tutti gli anni si gioca la finale del famoso gioco di calcio (più che calcio somiglia al rugby) nato appunto intorno alla fine del Quattrocento, quando, per  arginare le proteste dei cittadini a causa degli schiamazzi dei giovani che giocavano per strada,
tale gioco venne regolamentato. Era giocato soprattutto da nobili e facoltosi, che indossavano sfarzosi costumi dell’epoca.
Tra loro si ricordano addirittura alcuni futuri Pontefici e cioè Giulio de’ Medici, Papa Clemente VII Alessandro de’ Medici,  Papa Leone XI Maffeo Barberini, Papa Urbano VIII.

Fu un gioco molto popolare fino a tutto il Seicento, ma poi iniziò un declino che lo portò a scomparire. La partita segnò la rinascita del gioco fu giocata nel maggio del 1930 quando, per la ricorrenza del quadricentenario dell’Assedio di Firenze, su iniziativa del gerarca fascista Alessandro Pavolini, venne organizzato il primo torneo tra i quartieri della città; da allora il Calcio fiorentino  è divenuto la manifestazione rievocativa più importante di Firenze.

Il gioco consiste in un quadrangolare formato dalle squadre (di 27 giocatori ciascuna) rappresentanti  i 4  Quartieri storici fiorentini e caratterizzate ognuna da una livrea di diverso colore.  Abbiamo i Bianchi di Santo Spirito, i Verdi di San Giovanni, i Rossi di Santa Maria Novella e gli Azzurri di Santa Croce.

Prima delle partite si svolge un corteo storico, con 530 figuranti vestiti con i colori delle livree dei giocatori, antiche armature dell’epoca, gonfaloni e stendardi che percorrono le vie del quartiere al suono degli squilli di tromba e rulli di tamburi, accompagnato dagli Sbandieratori, degli Uffizi.
Dopo lo sparo delle colubrine la partita inizia, sulla sabbia che per l’occasione viene portata e sparsa in uno spesso strato sul campo di gioco.

fiorenza-gonfalone-corteo-storico      LibroProvinciaS_Croce Calcio storico

Ogni partita è vinta dalla squadra che alla fine del tempo “con qualunque mezzo”riesce a fare più gol (cacce). Le gare sono  molto virili ed aggressive: risse, lotte serrate e continui scontri fisici per il possesso della palla. Si tratta di un gioco molto violento, violento a tal punto che sono state approvate nuove regole che impediscono le mischie, e il confronto per il possesso di palla può  essere sì anche a pugni e morsi, ma unicamente fra due soli avversari. Il premio per la squadra vincitrice del torneo, oltre al Palio, è una vitella di razza Chianina.

m_IMG_1358_jpg

La  sera di San Giovanni, a conclusione dei festeggiamenti per il Santo Patrono, si può assistere ad un meraviglioso spettacolo di fuochi d’artificio che si rispecchiano nelle acque dell’Arno.

san_giovanni