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Art Attack di Halloween

Sebbene non senta questa festa come “mia”, i ragazzi – anche sotto l’influenza degli amici – fino all’anno scorso la volevano festeggiare. E  a me, più che la festa in sé stessa, piaceva la parte creativa. Quindi si compravano 2 zucche (una a testa) io le intagliavo, loro le svuotavano dalla polpa e dai semi. La cosa bella delle zucche è che non si butta via proprio niente: i semi li facevamo seccare per poi magiucchiarceli alla tv, la polpa finiva  in pentola e diventava una favolosa  crema di zucca, o in padella, a dadini, come contorno.
Una candelina in mezzo e là, il gioco era fatto. Simone si accontentava di questo. Gabriele ogni volta veniva trascinato dagli amici (lui in realtà avrebbe anche fatto a meno) per il classico “dolcetto o scherzetto”. E serviva un costume. Un anno abbiamo rispolverato quello di una recita scolastica (Il fantasma di Canterville) dove lui faceva lo scheletro, era perfetto! L’anno scorso gli ho fatto un meraviglioso, favoloso, fantastico (può bastare?) mantello da Dracula. Il resto del travestimento è andato a farsi benedire, perché i denti di plastica lo facevano vomitare e la pittura facciale bianca non era per niente coprente (pure la rima). Ma almeno il matello gli cadeva a pennello (e ridagli!).
Ovviamente non potevano mancare i dolcetti da offrire a lui e agli amici quando passavano a battere cassa. Non mi piaceva mettere loro una manciata di caramelle nel cesto così alla “come va, va” e mi sono sempre preparata dei sacchettini già pronti legati con nastrini colorati.
Quest’anno,  vista l’età, lui non è andato, ma  ho voluto comunque preparare qualcosa di carino per chi sarebbe passato. Il tempo era poco, ma mi sono armata di cartoncini e forbici “dalla punta arrotondata” e  ho “intagliato” delle piccole zucche da appendere al fiocco di rafia naturale che legava i sacchettini.

Ecco qua il risultato di questo improvvisato Art Attack di Halloween!

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Ona, Ona, Ona!

Oggi, ma soprattutto stasera, a Firenze e dintorni è la “Festa della Rificolona”.
Di che si tratta?

 

Questa festa affonda le sue radici probabilmente intorno al Seicento, quando, alla vigilia della natività di Maria (il 7 settembre, appunto) i contadini delle campagne del Casentino e i montanari del pistoiese, venivano a festeggiare la natività della Madonna nella Basilica di Santa Maria Annunziata.
Il giorno seguente, si teneva solitamente una fiera, dove i contadini si recavano per vendere le loro merci, che consistevano in filati, formaggi, funghi secchi  ecc. e i contadini (che hanno scarpe grosse ma cervello fino) anticipavano il loro arrivo in modo tale da garantirsi un buon posto al mercato.  Partendo di notte, avevano dunque bisogno di rischiararsi il cammino, e per far ciò costruivano delle lanterne di carta aperte in cima, con all’interno una piccola candela, le legavano in cima a bastoni e pertiche e le usavano come lampioni da viaggio.
Arrivati a Firenze, si mettevano a dormire sotto i loggiati, ma i giovani fiorentini davano loro filo da torcere, canzonandoli con irriverenza e maleducazione, soprattutto per via della loro goffaggine nel camminare (causata dal carico delle merci),  per il loro abbigliamento inelegante e per le forme giunoniche delle loro donne. Proprio le donne erano le più bersagliate da questi scapestrati giovanotti, che le  canzonavano chiamandole  “fieruculone”, sia perché partecipavano alla fiera, ma soprattutto per il loro abbondante posteriore ( proprio da ciò deriva il termine “rificolona”).
I contadini subìvano in silenzio, ma mettevano in conto i torti aumentando il costo delle loro mercanzìe. Col passar del tempo questo modo canzonatorio di accogliere i contadini  degenerò oltremodo, infatti verso la mezzanotte i giovanotti usavano lanciare delle bucce di cocomero alle lanterne, facendole incendiare. Con questo “rito”, la festa si concludeva.

Ai giorni nostri la festa è ancora molto sentita, le lanterne si sono via via modificate diventando sempre più commerciali, anche se, nella settimana precedente alla Festa, in alcuni comuni della zona vengono organizzati  incontri con i bambini per insegnare loro a costruirsi la rificolona da soli. I bambini più piccoli partecipano volentieri alla festa, tutti orgogliosi delle loro lanterne illuminate, e vanno canticchiando la storica cantilena:  “Ona, Ona, Ona, ma che bella rificolona, la mia ll’è co’ fiocchi, la tua ll’è co’ pidocchi…”  ma sanno che per seguire la tradizione fino in fondo, devono comunque fare i conti con i più grandicelli che, armati non di bucce di cocomero, bensì di stucco e cerbottane, li aspettano al varco.