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Mors tua, vita mea

Ma perché diamine è sempre così complicato caricare la lavastoviglie?
E’ un problema di fondo: la misura non va bene. Lavastoviglie sei coperti, grande per un pasto, piccola per due. O la fai mezza vuota, o ti avanzano le stoviglie.
E allora ti metti lì, di buona lena, sposta,  incastra, togli una pentola da lì e la metti là, ma allora questo coperchio dove va? E tenti e ritenti, e ti devi per forza alzare perché stando accucciata  le gambe  ti stanno andando in cancrena.  Allora ti alzi, ti metti di lato allo sportello aperto e ti pieghi in avanti cercando di trovare la posizione ottimale ad ogni stoviglia in modo da farci entrare fino all’ultimo cucchiaino (che poi avresti fatto prima a rigovernare a mano…). E quando dopo vari interminabili minuti ti sollevi stizzita sbraitando: “Ma insomma, che fatica,  chi diavolo le ha inventate le lavastoviglie?!?!!?”, tuo marito, che ti osservava da dietro già da  un po’, ti illumina : “Sicuramente un uomo… per questioni di prospettiva!”

Della serie: mors tua vita mea  😉

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Scie

Niente, neanche gli organismi più piccoli o fastidiosi, portano a termine la loro esistenza senza che la loro presenza sia servita ad uno scopo.
Ogni cosa in natura, lascia una scia, un’impronta, una traccia dietro di sé.
Noi non facciamo eccezione. Ma le nostre scie non  sono solo fisiche. Le più importanti sono morali.
Tempo fa una signora mi disse, guardando la folla presente al funerale del marito, che solo in quel momento si può capire che tipo di persona si è stati.

Dal nostro comportamento possiamo sapere che persone siamo, sappiamo se siamo onesti, se siamo sinceri, se abbiamo dei buoni valori, possiamo capire se gli altri ci amano, ci detestano o ci tollerano soltanto. Cerchiamo di essere delle brave persone, delle “belle persone”. Ma il nostro spessore nella vita degli altri purtroppo lo si capisce solo dopo che non ci saremo più. Quella è la nostra scia. Le nostre buone azioni, le strette di mano, i sorrisi, gli abbracci affettuosi o consolatori, l’ascoltare, tutto di noi lascia un solco nell’anima di chi ci circonda.
Una delle cose a cui penso spesso è questa: quanto sono profondi i solchi che sto scavando nell’anima degli altri? Che ricordo avranno di me le persone che mi circondano?
Quello che spero con tutta me stessa – soprattutto per i miei figli – è che  la mia scia sia lunga, spessa, e molto persistente, in modo che loro possano seguirla  il più a lungo possibile e che le tracce che lascerò dietro di me non svaniscano dopo la prima pioggerella primaverile.

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Il mare calmo della sera

E’ tardissimo, ma non ho volglia di andare a dormire. Di solito non faccio così tardi ma un programma che mi piace è appena finito. Sono ancora seduta sul divano accanto ad uno   scoppiettante caminetto acceso, la stanza avvolta dalla penombra, illuminata solo dalla tv (in modalità silenziosa) e da una piccola abat-jour.  Ai miei piedi si è accucciato il cane, e dorme tranquillo respirando forte come nel mezzo di un sogno. Accanto a me, anche Gabriele si è addormentato mentre guardava la tv. Tutt’intorno il silenzio. Questo è uno dei momenti della giornata che preferisco: quando tutti dormono e finalmente si possono riordinare le idee. Ripensare a quello che è successo, pensare a quello che succederà, alle cose fatte, a quelle da fare domani. Durante tutto il giorno c’è viavai continuo, ci sono i figli che a volte (diciamo spesso) litigano, la tv accesa, il telefono che suona. Insomma tutto quello che normalmente c’è in ogni famiglia di cinque persone, più varie ed eventuali di passaggio. E in questo momento di tranquillità guardo Gabriele dormire, e mi ritrovo a provare una profonda tenerezza. Spesso, le attività quotidiane mi distolgono dal provare questo tipo di emozione, troppo presa ad arrabbiarmi per i compiti (lo so, me ne faccio una malattia) che si trascinano stentando fino a sera, e dalla routine di commissioni ed incombenze varie. E a volte mi sento arida. Ma quando guardo i miei figli che dormono, il cuore smette di essere soltanto un muscolo e ridiventa quel posto meraviglioso dove albergano i più bei sentimenti.
Li vedo per quello che sono, vulnerabili, aldilà della maschera di sicurezza e indipendenza che mettono su  quasi con spavalderia. Ecco, questi momenti mi aiutano un po’ a ritrovare il mio vero ruolo, quello di “Mamma” con la M maiuscola, che deve ascoltare e proteggere, guidare e consolare. E il ripensare a questi momenti mi serve quando, a volte, percepisco in loro un momento di difficoltà o di preoccupazione, e ritornano improvvisamente  ad essere i piccoli cuccioli indifesi che erano anni fa.